Pausa estiva per Vivere con le allergie

Il blog Vivere con le allergie si prende come di consueto in questo periodo dell’anno una piccola pausa estiva.

L’anno editoriale di questo giardino virtuale coincide con i nove mesi scolastici dei mie figli ;). Come l’estate scorsa, oltre a lavorare (ho pochissime ferie e coincidono con la settimana di ferragosto visto che ho da poco cambiato lavoro e non le ho ancora maturate), faccio ben poco (sempre che gestire una famiglia di cinque persone – di cui tre sotto i dieci anni – sia poco ;)!). Per fortuna vivo in una città di mare, Pesaro, quindi posso dire di sentirmi in vacanza fin dalla fine di maggio, non appena comincio a stazionare sotto l’ombrellone in spiaggia. Inoltre con il mio nuovo impiego, ogni mattina arrampicandomi lungo le strade di Urbino e attraversando Piazza del Rinascimento con il naso per aria affascinata da Palazzo Ducale, be’, mi sento anche un po’ turista ;).

Auguro a tutti voi una felice estate e delle vacanze di puro relax.

Salvo qualche aggiornamento sulla pagina Fb e via Twitter, vi aspetto a settembre qui sul blog per parlare ancora insieme di allergie :).

Allergie alimentari e lo zucchero

Quando ho iniziato ad aggiornare questo giardino d’inverno ho raccontato della mia dipendenza dallo zucchero, unica forma di carboidrato e di energia spiccia di cui potevo alimentarmi. Quando la mia dieta si limitava a latte e latticini, carne e pesce, aggiungevo lo zucchero raffinato nel latte (che fino a qualche anno fa potevo bere insieme al caffè) e nello yogurt naturale intero.

Ci sono stati un paio di tentativi di sostituzione dello zucchero raffinato (quello bianco per intenderci) con quello di canna o con il miele. Se qualcuno mi segue da tempo sa che è stato proprio grazie a questo blog che una lettrice mi ha fatto notare che alcuni sintomi tipici (gola che gratta e palato che prude) potevano essere causati proprio dalle new entry. Ritornata allo zucchero raffinato, prurito e fastidio alla gola sono spariti. Eppure quella pulce nell’orecchio che riviste e conoscenti continuavano a mettermi e secondo la quale lo zucchero raffinato fa malissimo, ho continuato a usarlo, ma sempre con quel retro-pensiero che non mi facevo del bene (come se assumere altri dolcificanti me lo facessero…).

Arrivo al dunque. Come sono solita, la prendo larga. Da quando ho cominciato ad introdurre nella mia dieta degli autentici erogatori di energia a rilascio lento, come riso, farina 00, ma anche le patate, ma anche la frutta fresca come banane e mele, il mio bisogno di “dolce” si è affievolito. Senza il caffè non ho più bisogno dello zucchero per dolcificare nemmeno il latte.
All’inizio ho solo ridotto la quantità, dimezzando la dose (un cucchiaino, anziché tre. Sì, lo so che era molto, ma senza ero incapace di berlo). Gradualmente, a colazione ho potuto sostituirlo con latte bianco e un frutto (mela o banana appunto). Qualche volta inizio la giornata con acqua e limone (calda in pieno inverno, tiepida in primavera – visto che l’estate non decide ancora a farsi sentire da queste parti).

A lavorare mi porto lo yogurt naturale intero che accompagno ancora una volta con la frutta (preferisco la banana per evitare di pasticciare la scrivania).

Quel bisogno impellente di mangiare cose iper-zuccherate (che si riducevano al solo latte e yogurt) è come svanito. Anzi, ora che posso mangiare i biscotti che faccio in casa con i bambini ho ridotto la dose di zucchero perché li sento troppo dolci. Per assurdo un alimento che i miei assumono e definiscono “normalmente” dolce, adesso a me sembra “troppo” zuccherato.

Inoltre, io che sono una pessima cuoca, mi sto attrezzando con poche ma nuove ricette. L’ultima è quella con la quale ho fatto la marmellata (o forse la composta: non ho ancora capito la differenza) di mele. Tutto è cominciato con una quantità industriale di mele avvizzite che sostavano dietro la porta della cucina. Ho chiesto alla mia secondogenita di trovarmi tra gli svariati libri di ricette quella per la marmellata appunto. Oltre alle mele (circa un chilo), erano previsti il succo di due o tre limoni e una cosa come 300 gr. di zucchero. Abbiamo osservato esattamente le proporzioni indicate e la marmellata è venuta squisita, ma secondo il mio palato un po’ troppo dolce. Visto che l’esperimento era riuscito, terminato il primo vaso, mia figlia mi ha chiesto di rifarla. Ho ridotto la dose dello zucchero a un etto. La faccio breve. Ora la facciamo senza aggiunta di zucchero ed è buonissima lo stesso. Pensate che la uso addirittura nello yogurt naturale bianco invece dei pezzettoni di frutta. E’ delizioso.

Ecco, tutto questo non aiuta la mia prossima prova costume (e per la mia nuova necessità di perdere qualche chilo ;)!).

Le parole che fanno bene (anche con le allergie)

In questo mio giardino d’inverno virtuale non è la prima volta che affronto in modo alternativo la mia convivenza con le allergie.
Nell’alfabeto emotivo mi sono divertita a prendermi in giro, perché ero e sono convinta che l’ironia possa sempre essere un ottimo alleato quando non si sta bene (in compagnie delle allergie, ma anche per altri motivi).
Nell’alfabeto delle mie non-allergie ho alleggerito la mia sindrome da Calimero stilando la lista delle cose che “non” mi sono precluse. Della serie: meglio vedere il bicchiere mezzo pieno, no?
Oggi quindi vi suggerisco un libro che insegna attraverso la scrittura a vivere meglio con noi stessi e nel mio caso specifico con le allergie (ma non solo). Si tratta di Le parole che fanno bene* di Fulvio Fiori edito da Tea.
L’autore è convinto che la parola scritta abbia effetti benefici sulla nostra mente e sul nostro corpo. E’ un sostenitore della Bioscrittura, nel senso che scrivere può davvero fare la differenza. Non conoscevo questa tecnica, ma in fondo le tesi sostenute dal saggista non mi sorprendono visto che aggiornare questo blog in parte risponde in pieno a quanto sostiene l’autore.
Ovviamente queste mie condivisioni non hanno nulla a che fare con la cura che il vostro medico vi prescrive(rà). Più volte mi è capitato di raccontare della grande solitudine che ho provato quando mi sono ritrovata dall’oggi al domani con una serie di divieti e accortezze prescritte dalla mia allergologa e che mi avevano rivoluzionato l’esistenza (e quando di allergie non si parlava così tanto come ora). Allergie alimentari, cutanee e chi più ne ha più ne metta, ma mi serviva anche qualcuno che mi desse una pacca sulle spalle.
In questo volume ci sono alcuni suggerimenti che possono tornarvi utili, come per esempio, nel capitolo “Sono felice dalla testa i piedi” in cui l’autore aiuta il lettore a sorridere al proprio corpo. Può sembrare una sciocchezza, ma non lo è.
Gli strumenti che descrive e che vi invito a sperimentare sono diversi: dalla visualizzazione all’indicazione di alcuni esercizi di scrittura creativa che stimolano l’ironia, a quelli di scrittura istintiva.
Ci sono tanti esempi concreti di come utilizzare i consigli che l’autore offre, ma – lo sapete bene ormai come sono fatta – io ho provato a non farmi condizionare dagli esempi proposti perché rischiano di frenare la mia spontaneità.

Scrive l’autore: “Accanto alle parole, la tua mente è colma di un’altra interessante materia di cui son fatti i sogni: le immagini. […] Cosa fanno parole e immagini che abitano la nostra mente? La risposta è semplice, tuttavia fondamentale, per il benessere quotidiano: hanno effetti sul corpo. […] Tutti abbiamo esperienza del potere che parole e immagini esercitano sul nostro corpo, ma raramente ne abbiamo chiara coscienza.”

Beh, se anche voi ne siete convinti (o almeno ne avete un sospetto), credo che questo libro possa fare anche al caso vostro. Capita spesso che mi scriviate in privato lunghissime mail. Sono convinta che solo l’aver condiviso con me preoccupazioni e stati di ansia vi abbia liberato e un po’ aiutato a superare quel momento di tristezza e solitudine. Già, sono anche un po’ presuntuosa ;). Se è così, a maggior ragione alcuni degli esercizi di Le parole fanno bene, potranno essere di sostegno anche a voi.

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Allergie alimentari e lavorare fuori casa

Più di un mese fa vi raccontavo del mio nuovo lavoro. Continuo a fare la bibliotecaria, ma ho cambiato datore e sede.

Dal 2006, anno tra l’altro in cui è nato il mio primogenito, ho scelto (che poi tanto scelta non era, visto che non avevo molte altre alternative se volevo continuare a fare la bibliotecaria), tutti i giorni dovevo farmi una ventina di chilometri in macchina per raggiungere la mia sede di lavoro e altrettanti per tornare. In molti mi hanno dato della folle ad aver accettato una tale soluzione, ma all’inizio non mi pesava, anche perché in quei venti minuti di automobile, la testa aveva il tempo di resettarsi e di permettermi di lasciare fuori dalla porta di casa i nervosismi che a volte stare con il pubblico comporta. Negli anni il numero delle ore trascorse fuori casa sono diminuite, ma comunque ero in grado di rientrare per il pranzo.
Da quest’anno ho scelto di allungare la strada di un’altra ventina di chilometri, ma soprattutto sono cresciute le ore di lavoro. Insomma esco di casa alle sette meno un quarto tutte le mattine e rientro verso le due e tre quarti. Due volte alla settimana mi fermo anche nel pomeriggio.

La cosa più importante è che sono dovuta scendere a patti con la mia alimentazione da asporto.

Devo essere sincera: le prime due settimane ho fatto la fame. Anzi, pensavo di essere riuscita a trovare una soluzione a quei fetenti cinque chili di troppo. In realtà le novità, di qualsiasi genere esse siano, tarpano il mio appetito. Mi sazio della bellezza di ciò che vivo in quel momento. E’ successo così quando ho conosciuto mio marito, quando sono rimasta incinta di mio figlio e ora con questo nuovo impegno lavorativo.
Finite le prime due settimane di “idillio”, il mio fisico ha cominciato a reclamare cibo.

Nella sede in cui lavoro c’è un bar interno e ho cominciato a sondare l’offerta. Per capire se con un bar ci andrò d’accordo nel futuro ordino il mio bene di sostentamento per eccellenza: un latte bianco molto caldo senza schiuma.
Facile, no?
No! Infatti finora il latte non è mai stato né abbastanza caldo, né senza schiuma a sufficienza, nonostante ogni volta abbia sollecitato la richiesta.

Allora mi sono organizzata diversamente.
Mi porto da mangiare da casa: mele, banane, yogurt naturale, carote e finocchi.
Se considerate che da dove parcheggio la macchina alla biblioteca in cui presto servizio sono quasi dieci minuti di salita (se procedo a passo spedito), prevedo che il mio fisico subirà uno shock non indifferente.
Certo, ho dovuto rinunciare alle camminate all’alba sul lungomare e a causa di un dolore intermittente ad un piede ho temporaneamente sospeso lo yoga mattutino (tranquilli, sto cercando un bravo fisioterapista che mi rimetta in sesto), ma credo che il mio aspetto cambierà.

Non è detto che sia un miglioramento, ma in fondo un po’ ci conto. Quindi: allergie alimentari e lavorare fuori casa? Sì, si può fare!

Allergia al nichel e la farina di grano tenero

Nell’ultimo post ho parlato del mio amore-odio per il riso che entra ed esce dalla mia dieta dall’anno scorso senza alcuna regolarità, anche per colpa mia.

Oggi invece affronto un altro ingrediente difficile per me: la farina di grano tenero.
Allergia al nichel e la farina di grano tenero dovrebbero andare d’accordo, anche se il consumo di quest’alimento dovrebbe essere limitato nella quantità. Per anni non l’ho mai usato: i miei primi tentativi di re-introduzione li ho documentati qui sul mio giardino d’inverno. Anche con questo ingrediente si è instaurato un rapporto di timida vicinanza.

Dal 2000, anno in cui mi sono state diagnosticate tutte allergie che mi perseguitavano da tempo, ho dovuto eliminare la farina dalla mia tavola senza troppa fatica. Più difficile per me, come sempre dopo molta astinenza, è stato reintrodurla.

Dai miei primi esperimenti culinari, che risalgono al 2014 ad oggi, le cose sono cambiate.
Forse perché è più facile trovarla già pronta in diverse versioni (piadine, biscotti fatti in casa in dosi massicce, grissini, ecc…, tutto rigorosamente controllato affinché non ci siano altri ingredienti che non vanno d’accordo con le altre mie allergie alimentari), ma nell’ultimo anno credo addirittura di averne abusato (le mie cosce e il mio giro vita lo possono testimoniare).

Sarà la pre-menopausa oppure il fatto di aver evitato i carboidrati per troppo tempo, ma la prova costume comincia a mettermi ansia.

Tra l’altro, aver cambiato lavoro (ritmi e tempistiche) implica una minore disponibilità di pause da ritagliarmi per fare attività fisica e quindi l’abbondante consumo di farina mal si concilia con l’avvicinarsi del cambio armadio estivo.

Però…
Cavoli, quanto mi piace mangiare i biscotti caserecci che faccio con i miei figli la domenica mattina!
Volete mettere il sapore della piadina con il prosciutto crudo (per una che per quindici anni mangiava il prosciutto senza niente altro che non fosse la mozzarella)!

Pensare di mettermi a dieta, quella dimagrante questa volta, non mi mette di buon umore. Per cui per il momento non ci penso.

Che dite, dovrei?

Allergia al nichel e il riso

Dopo quasi un anno da quando la mia allergologa mi ha dato il via libera per l’assunzione del riso (dopo ben sedici anni), mi sembra doveroso aggiornarvi e riordinare le idee su questo cereale.

Per prima cosa sottolineo il fatto che il riso è un alimento consentito agli allergici al nichel in versione raffinata.
A me era stato tolto a causa della mia positività riscontrata a seguito del Prick per alimenti. Quel “benedetto” ponfo rosso mi ha precluso per tanti anni qualsiasi contatto con quel cereale (gli altri mi erano preclusi comunque a causa del nichel).
In molti, soprattutto ora che ho cambiato lavoro (cioè faccio sempre la bibliotecaria, ma presso una diversa amministrazione) mi chiedono come sia riuscita a resistere senza ingurgitare alcuna forma di carboidrato. A forza di sentirmelo domandare, comincio a chiedermelo anch’io. Come ho fatto? Non lo so.
L’anno scorso quando finalmente il Prick è risultato negativo avrei dovuto strafogarmi, almeno per colmare anni di astinenza. Invece no. Come vi ho già scritto, ho avuto qualche dubbio, prima dell’abbuffata (che poi non c’è mai stata). Grazie ai miei figli ho superato la cosiddetta “paura della soglia”. L’ho assaggiato in modiche quantità e l’ho messo da parte (in un cantuccio del mio cervello e della mia cucina a metabolizzare).
Solo l’estate scorsa ho avuto l’ardire di mangiarlo in dosi consistenti. Forse perché d’estate, anche mangiato freddo (anzi meglio se mangiato freddo), mi faceva meno impressione.
Da allora non riesco a mangiarlo con regolarità. Cioè devo impormi di farlo.
Mi sono chiesta perché, prima ancora di iniziare a scrivere questo post.
Le risposte che mi sono data sono molteplici (e non tutte scientifiche).
La prima e più immediata è la paura. Chi mi segue da tempo nel blog lo sa, ma sicuramente uno dei motivi della mia positività al riso era dovuta alla fortissima allergia alle graminacee che con gli anni (e l’immunoterapia ipo-sensibilizzante o vaccino antiallergico che ho concluso gioco forza a fine 2015) si è attenuata. Più che il nichel quindi forse erano i pollini primaverili ad avermi indotto una cross-reattività al cereale. E la paura è difficile da sradicare, credetemi. Non a caso in questo periodo in cui gli occhi cominciano a bruciare e il naso a friggere un po’, il riso è l’ultimo dei miei pensieri.
La seconda è che il riso non mi è mai piaciuto nemmeno prima della diagnosi alle mie allergie. Ha un sapore dolciastro che nemmeno una montagna di parmigiano reggiano riesce ad eliminare e che dopo anni di palato privato dei sapori più intensi registra ancora meglio.
La terza è che nemmeno in casa c’è un gran desiderio di quest’alimento. Di nuovo, aver avuto una figlia che fino ai sei anni non ha potuto mangiarlo non aiuta. Anche per lei, il riso rimane un alimento al quale si avvicina sempre con un certo sospetto. Come la capisco!
La quarta è che per cucinare il riso ci vuole tempo. Da quando lavoro più lontano, rientrare alle tre (quando va bene) non è così facile pensare di mettersi a cucinare (già era difficile prima, figurarsi ora).
Insomma, il riso rimane un ingrediente che posso annoverare tra quelli commestibili, ma al quale non mi sono ancora abituata.
Lo so cosa state per dirmi: – Ma Simonetta, prima ti lamentavi perché potevi mangiare poche cose e adesso che puoi non ne approfitti.
Già! Avete perfettamente ragione. Me lo dico anch’io ogni volta che osservo quei due chili intonsi di riso biologico nel mobiletto della cucina. Rimando sempre al weekend successivo.
Nessuno è perfetto, men che meno io ;).
Quindi alla domanda: allergia al nichel e il riso, sì o no?
La risposta per me continua ad essere dipende.

Allergia al nichel e le patate

Convivo con la mia allergia al nichel (con tante altre) da diciassette anni.
Almeno sulla carta, le possibilità di alimentarmi si sono ampliate dopo l’ennesimo controllo fatto lo scorso anno. Più facile a dirsi che a farsi però è stato ed è per me modificare una dieta che, seppur restrittiva, mi garantiva una certa sicurezza. Solo per trovare il coraggio di mangiare il riso ci ho impiegato qualche mese.

Con un po’ di disinvoltura in più, solo da qualche mese mi sono buttata sui finocchi che non mi erano mai stati esplicitamente vietati, ma che nel dubbio non avevo mai assaggiato dal 2000. Adesso li mangio con regolarità, con un discreto piacere (non sorridete, a me piacciono davvero molto!) e senza alcun effetto collaterale. Andando indietro nel tempo, con la stessa nonchalance avevo inserito nella mia dieta anche le carote. Nel tempo questo ortaggio non è stato esente dall'”attirare” la mia attenzione. Pur apprezzandolo molto, soprattutto in estate, ci sono state alcune occasioni in cui ho preferito lasciarle in frigo per sospetti pruriti. Con una tempra che nell’ultimo periodo sorprende anche me non mi sono mai data per vinta. Così continuo a mangiarle e quando vedo che è il caso di darmi una “ridimensionata” le sospendo per qualche giorno. Adesso per esempio è un periodo in cui mi piacciono in particolar modo senza risentirne in nessun modo.

La nuova new entry sulla mia tavola si chiama patata. Avete presente quel tubero che tutti mangiano e che io avevo dimenticato che esistesse? Ecco, quella!
Come sempre un venerdì pomeriggio mentre gironzolavo per la cucina con carta e penna in mano aprendo e richiudendo sportelli della cucina e del frigo, chiedendo a gran voce a marito e figli: – Cosa devo mettere nella lista della spesa?
Proprio allora ho aperto il cassetto in basso del frigo e ho visto quel sacchetto intonso di patate. Mi sono persa le richieste random dei miei figli sulle cose da comprare per l’indomani mattina e mi sono concentrata su quella possibilità.
Cosa ne pensi se lesso un po’ di patate? – ho chiesto a mio marito.
Come vuoi. Perché ti sei incantata con quel sacchetto in mano?
Intendevo: cosa ne pensi se lesso qualche patata e ne assaggio una anch’io?
Te la senti?
Non te lo chiederei altrimenti, ti pare?
Ok.
Niente tiritera sul fatto di avere l’occorrente in caso di emergenza?
Ce l’hai, mi auguro.
Lo so, ma chiedimelo lo stesso. Così, per scaramanzia…
Ok.
Dai, ti supplico. Chiedimelo per bene.
Va bene. Hai tutto l’occorrente per le emergenze? Ma sei strana, lo sai?
Sì e lo sai anche tu, ma adesso cucino le patate.
Sono solo le quattro.
Non fa niente. Ora non vedo l’ora di assaggiarle.
Così è iniziato il mio nuovo inserimento. Quella sera ho mangiato una patata lessa con un pizzico di sale. Speciale! Non ricordavo più quel sapore.
Da allora ne faccio buon uso. Non solo in versione “dieta da ospedale”, come la definisce mio marito, ma anche e soprattutto al forno.
Nessun effetto collaterale. Nessun prurito. Nessun mal di testa. Niente di niente.
Preciso per chi fosse allergico al nichel alle prime armi che la mia dottoressa non mi aveva mai proibito le patate in toto. Tuttavia me ne consigliava una modica quantità e possibilmente cotta senza buccia. Nonostante io abbia lessato le patate con la scorza, non ho riscontrato problemi. Un’alternativa che vi consiglio è quella di sbucciarle prima, farle a pezzettini, condirle con sale, olio e se volete aggiungete uno spicchio di aglio in camicia. Copritele con l’acqua che farete asciugare sul fuoco. Le patate saranno ugualmente lesse e più saporite.

Insomma, quei famosi cinque chili che mi accompagnano non accennano a diminuire, ma volete mettere che bello mangiare qualcosa di nuovo?

Allergie e tipi di stress

Il post di oggi è leggermente sui generis, non me ne vogliate. Mi spiego subito.
Rileggendo alcuni dei miei vecchi scritti virtuali è facile scorgerci un po’ di (in)sano vittimismo. Del resto se stiamo male a causa di ripetute reazioni allergiche è facile avere il morale a terra e non riuscire più scorgere la fine del tunnel. Tutto ciò, come ho già avuto modo di dire, crea stress che a sua volta abbassa le difese immunitarie che sollecita nuovi e ulteriori crisi allergiche. Insomma il gatto che si morde la coda.

Poiché vivo in uno stato di grazia da qualche mese, ho fatto alcune riflessioni.

Oddio Simonetta, come la fai lunga – direte voi.
Già ;)!

Ho sempre inteso lo stress dandogli una connotazione negativa, perché legato a situazioni difficili da digerire (nello specifico non riuscire a condurre una vita equilibrata soprattutto dal punto di vista alimentare vista la lunga lista di ingredienti a cui non posso avvicinarmi).

Mi sono chiesta: ma esiste solo quello?

Faccio un passo indietro. Qui vi scrivevo di come alla fine dello scorso anno io abbia deciso di rimettermi in gioco professionalmente. Dopo aver lavorato per 18 anni in biblioteche pubbliche, ho azzardato (vi assicuro che è stato un vero e proprio azzardo) a partecipare ad un concorso pubblico bandito da un’Università prestigiosa e dalla storia centenaria. E’ stato un periodo stressante, ma nonostante la fatica fisica e psicologica sono arrivata a presentarmi agli scritti, superandoli per il rotto della cuffia, e avendo la faccia tosta di sostenere un orale di tutto rispetto (tanto scrivo, quanto parlo…).

Arrivo al dunque. Udite, udite!

L’Università in questione mi ha contattata e, non solo, mi ha offerto la possibilità di lavorare a tempo determinato per una delle sue biblioteche accademiche. Un sogno che si avvera e su cui non ci avrei scommesso un centesimo.

Tutto è stato velocissimo. Da una settimana all’altra mi sono dimessa dal precedente incarico, per iniziare questa nuova avventura professionale.

Stress? – mi chiederete.
A palla! Si tratta però di uno stress bellissimo. Mi sento bene e piena di energie e alle allergie non ci penso (o comunque loro non si stanno facendo notare).

Tra l’altro il mio responsabile, da bravo bibliotecario, ha scoperto questo mio diario e mi ha assicurato che per il momento non mi farà visitare i magazzini onde evitare fastidiosi incontri ravvicinati con la muffa. Se non è fortuna questa!

Insomma, allergie e tipi di stress? Sì, decisamente sì (ma è ovvio che sono in piena luna di miele con il mio nuovo lavoro).

E voi, cosa ne pensate?

Oxygen, il potere del respiro di Patrick McKeown

Sarà che da quando faccio esercizi di meditazione e respirazione mi sento meglio, sarà perché ogni tanto ho bisogno di avere un argomento che mi affascini e da qualche anno resto ancorata a questo, sarà perché ogni tanto mi piace coccolarmi, comunque sia oggi ho voglia di parlarvi di un libro sul tema, Oxygen, il potere del respiro* di Patrick McKeown.

La prima parte del libro descrive approfonditamente la funzione dell’ossigeno e dell’anidride carbonica nel nostro corpo e aiuta a stabilire quanto siamo in forma per comprendere l’importanza di respirare con il naso e l’autore insegna la prima importante tecnica con cui contrastare l’iperventilazione. pare che la maggior parte di noi respiri troppo, ma soprattutto male.

Nella seconda parte approfondisce il funzionamento dei globuli rossi e in che modo siano indispensabili per massimizzare le prestazioni.

Nella terza parte McKeown spiega come una respirazione corretta conduca anche a perdere peso, oltre che a diminuire il pericolo di infortuni legati allo sport. In particolare il saggio esamina il rapporto tra ossigenazione e salute del cuore. E se soffrite di asma, consiglia alcuni strumenti per scongiurare le crisi indotte dall’esercizio fisico.

La quarta parte infine stila un programma di esercizi su misura, in base allo stato di salute e alla forma fisica di ciascuno di noi.

Ne avevo già parlato, ma ribadisco quanto detto allora. Il respiro è un’attività involontaria che compiamo in modo inconscio e alla quale pensiamo raramente, ma prosegue ininterrotta lungo tutta la nostra esistenza e può esserci d’aiuto. Assumere il controllo del respiro significa ripristinare la naturale capacità del corpo di regolare l’afflusso dell’aria ai polmoni, per stare bene, indipendentemente dalla quantità di attività fisica che svolgiamo.

Respirare bene vuol dire anche tenere a bada lo stress e permette al nostro sistema immunitario di vivere meglio. Più passa il tempo e più me ne sto convincendo. Che sia fortuna sfacciata o meno, da quando mi sono avvicinata a queste semplici tecniche di respirazione anche la mia convivenza con le allergie è migliorata (arance a parte…).

L’autore svolge i suoi workshop in Irlanda, Nord America, Europa e Australia e questo dimostra che le sue teorie hanno buoni fondamenti. Non resta che provare e vedere se funzionano.

Unica accortezza: tenete sempre presente le vostre specifiche allergie. Evitate di esercitarvi in mezzo da un prato se siete allergici alle graminacee in una bella giornata di primavera. Lo sconsiglio! Così pure fate attenzione in caso di allergie agli acari. Mi raccomando: il buon senso prima di tutto!

*Con questo post partecipo al contest de Il Giardino dei libri

Allergia al nichel e gli agrumi

Più o meno un anno fa facevo l’ennesimo check up con la mia allergologa. Da allora la mia situazione allergologica è mutata in meglio, tanto da convincermi a parlarvene negli ultimi post in barba alla scaramanzia.

Una delle cose che mi aveva fatto felice più di tutte era che in seguito al Prick test per alimenti non risultavo più positiva alla arance. Questo è uno dei fritti ammessi nell’allergia sistemica al nichel, quindi a rigore avrei sempre potuto assumerle. Invece no (chi dice che non sono una donna speciale mente sapendo di mentire… Ahah!). In occasione delle precedenti positività (la prima risaliva a più una quindicina di anni prima, per intenderci), il mio medico mi aveva proibito insieme alle arance anche gli agrumi in generale (limoni, mandarini, clementine, ecc.). Al via libera dell’anno scorso ovviamente mi sono buttata a picco sulle arance. Dire che le adoravo già da prima è un eufemismo. Nel periodo di astensione forzata, quando mio marito faceva le spremute per il resto della famiglia mi ritrovavo a sniffare perfino il profumo delle bucce: questo per farvi capire quanto mi siano mancate nel tempo. Be’, la mancata positività non è valsa però molto, visto che dopo la prima scorpacciata del frutto prelibato labbra, lingua e , il giorno dopo, gli occhi non sembravano aver recepito la nuova diagnosi. Mio marito mi ha fatto notare che cinque arance non erano “un assaggio” e che forse avrei dovuto procedere con maggiore prudenza.

Con l’estate per fortuna le arance sono sparite dalla mia dispensa, ma io non volevo demordere. Ho deciso di ascoltare il parere della mia dolce metà: fare un passo alla volta. Mi sono concentrata sui limoni. Ho iniziato bevendo la mattina con un bicchiere di acqua con tre gocce (tre!) di limone. Sono passata a cinque, fino a raggiungere mezzo limone spremuto in una bottiglietta di acqua da mezzo litro. Tutti i giorni andavo al mare la mia acqua e limone. Fresca e dissetante.

Vi chiederete: effetti indesiderati? Nessuno.

Come potete immaginare con l’inverno la mia sfida (e la mia golosità) alle arance mi aspettava stava dietro l’angolo. Niente, purtroppo! Io e le arance non andiamo ancora d’accordo, ma non demordo. Conto di convincere il mio sistema immunitario che senza arance non possiamo stare. Prima o poi si convincerà anche lui, no? Ahah.