Tra le varie allergie, quella che ho riconosciuto per prima, soprattutto in termini di tempo, è l’allergia alle graminacee (va bene, giusto per sottilizzare, ero allergica anche all’ulivo). Nel 2000, dopo una pausa di disintossicazione dall’uso di farmaci tradizionali e dall’assorbimento di nichel negli alimenti, la mia allergologa mi ha suggerito di iniziare il vaccino antiallergico. Di solito viene chiamato più professionalmente immunoterapia ipo-sensibilizzante. All’epoca in cui ho cominciato la terapia c’erano voci discordanti sulla validità o meno di quel tipo di cura. Tant’è: io mi sono fidata e ho cominciato il vaccino. Inizialmente ho fatto il vaccino per iniezione, vale a dire che una certa quantità di sostanze (in pratica si tratta degli elementi a cui si è allergici e nel mio caso si trattava di graminacee e ulivo) che causano l’allergia mi veniva somministrata con iniezioni dalla mia dottoressa – e solo da lei – una volta al mese. I tempi necessari per raggiungere il livello di dosaggio previsto perché la cura facesse effetto sono stati piuttosto lunghi. Ogni volta che l’iniezione mi provocava qualche effetto collaterale il medico evitava di aumentare la dose.

Il vaccino prevede infatti che la persona allergica assuma dosi minime, via via crescenti, di un allergene in modo che il suo fisico si abitui lentamente.
Nel tempo la terapia dovrebbe far sì che i sintomi dell’allergia stessa diminuiscano.
Nel mio caso era sufficiente, per cominciare, impedire che i sintomi peggiorassero o che, visto che la mia situazione era già piuttosto compromessa, non si compromettesse ancora di più con il sorgere di nuove allergie.
La mia dottoressa infatti mi ha spiegato che le crisi allergiche peggiorano di volta in volta e su un fisico già provato c’è la possibilità che possano insorgerne di nuove. Io mi reputavo già a buon punto.
Questo è uno dei motivi per cui bisognerebbe cercare di aiutare fin da piccoli i bambini che sono particolarmente sensibili. Prima si affrontano i sintomi (cutanei o respiratori) e meglio è, soprattutto per il futuro.
Ho fatto le primissime iniezioni in ambulatorio, controllata a vista e a turno dal medico e da un’infermiera. Con il passare del tempo mi trattenevano in osservazione giusto per una mezz’ora. Il vaccino andava fatto lontano dal periodo in cui fiorivano i pollini, quindi lo sospendevo nel periodo estivo per riprenderlo a settembre.
Spesso dopo il vaccino avevo mal di testa, ma non so dirvi se la causa scatenante fosse la tensione (perché la paura è difficile da debellare) o effettivamente il vaccino, visto che comunque assumevo sostanze a cui ero allergica.
Sempre, e dico sempre, mi veniva un bel ponfo rosso che mi produceva un prurito pazzesco nel punto in cui mi iniettavano il vaccino.
Nei vari scambi di opinioni tra allergici in sala di attesa è chiara che non tutti avevano reazioni uguali. Sicuramente io ho una pelle chiara e sensibile a prescindere dalla terapia e quindi la mia reazione localizzata era leggermente sopra la media.
L’immunoterapia per iniezione è durata quasi quattro anni. L’ho dovuta sospendere su indicazione dell’allergologa quando sono rimasta incinta e durante tutte e tre le gravidanze.
L’allergia alle graminacee e all’olivo sono sensibilmente migliorate durante la cura.
Non avevo più attacchi d’asma. Usavo qualche antistaminico locale per il naso e collirio per gli occhi durante la fioritura. Fondamentalmente posso dire che abbia funzionato con me.
Unico neo in tutta la faccenda è che nella mia Regione il vaccino è a carico del paziente e costa parecchio (non viene passato dall’Azienda Sanitaria, anche se è scaricabile dalle tasse).